AS ROMA NEWS ZANIOLO – «A questo punto separarsi è la scelta migliore per entrambi». La ben nota formula delle storie ai titoli di coda che, non sapendo più cosa dirsi, recitano un commiato che vuole essere consolatorio ma è solo infinitamente triste. Ma la cosa ancora più triste è quando i due decidono o accettano di lasciarsi, se lo dicono, più o meno brutalmente, salvo poi accorgersi che non possono farlo. Hai fatto le valigie, ma non c’è un’altra casa dove andare, scrive La Gazzetta dello Sport.

Questo è, a oggi, lo stato delle cose tra Zaniolo e la Roma. Non c’è un’offerta concreta. L’unica è quella del Tottenham: prestito e obbligo di riscatto a determinate condizioni, qualificazione Champions (quasi impossibile) e un certo numero di partite giocate (molto difficile). Molto concreta, invece, la possibilità che i due, a furia di dirsi addio, si ritrovino a dover convivere almeno fino a giugno, con tutti i veleni del caso.

Si parla da tre anni della cessione di Zaniolo, prima alla Juventus, ora al Tottenham (sempre Paratici di mezzo?) e altri club più o meno sottesi, dal Milan al West Ham o il Leicester. Il rinnovo di contratto. L’altra estenuante tiritera. Nel frattempo, non sono solo i crociati del ragazzo a saltare, ma i suoi nervi. Prendi l’ultimo Roma-Genoa di coppa Italia.

Prendi Nicolò. Sembra il ritratto di un nevrastenico. In campo e fuori. È più strafalcione che mai, nel senso del voler strafare, spaccare il mondo, farsi giustizia da solo. Gioca da solo. Bestemmiate le sue parole, ma ancora di più il suo talento. Si mangia la mano, si strappa la maglia, protesta, impreca, litiga con tutti, avversari e arbitro. Lo fischiano anche i suoi (ex) adoratori. Non tanto perché gioca male, ma perché avvertono la cosa meno sopportabile per un tifoso, quando il malessere del giocatore non è il riflesso del suo rapporto con la squadra, con i compagni, con un risultato che non arriva, ma è riferito a se stesso.

Alla soglia dei 24 anni, Zaniolo rischia di svegliarsi un bel giorno e di ritrovarsi un grande avvenire dietro le spalle. Sono stato, senza mai esserlo veramente, un top player? Nel suo per nulla esilarante luna-park di questi tempi il rapporto con la Roma è un ottovolante, quello con la Nazionale passa dall’autoscontro al gioco degli specchi deformanti.

Il danno ai crociati diventa quasi irrilevante rispetto ai danni collaterali. Quelli della mente. Instabile a dir poco il ragazzo, umori a picco tra l’alto e il basso. Va capito, protetto, e qualcuno lo capisce e lo protegge fin troppo. Questo non lo aiuta. Zaniolo si è avvitato negli ultimi due anni in una sua privata via crucis, in campo e fuori, in cui a farla da padrone è un costante difetto di lucidità. Con o senza pallone.

Josè Mourinho lo ha atteso, lo ha protetto, non più di quanto fosse giusto farlo. Ora prende atto, lui e la società. Non possono fare altro. Josè ci ha provato fino a che ha potuto anche se, di fatto, non è mai riuscito a inserirlo in modo credibile nel suo album di famiglia e nel suo mosaico tattico. Esterno destro, trequartista, prima punta. Colpa del tecnico, limiti del giocatore? Il dibattito è aperto. La mia opinione? Il giocatore non ha aiutato l’allenatore. Troppo impegnato a giocare la sua partita personale. Talento indiscutibile e testa discutibile, ma il rischio ora è che a diventare discutibile sia anche il talento.

In quanto ai tifosi del c’eravamo tanto amati, siamo passati dal travolgente feeling del Nicolò martire che aveva dato due ginocchi per la causa, del dio biondo destinato a colmare il vuoto lasciato prima Totti, alla quasi indifferenza. Sembrava l’incarnazione del nuovo eroe fatto apposta per strappare i cuori dei romanisti dal torace e metterlo sulla graticola votiva. Sembrava, ma non era. L’arrivo prima di Josè Mourinho, poi di Paulo Dybala, ha fatto il resto. Come se il serbatoio sentimentale del popolo romanista si fosse svuotato nell’investimento amoroso per i due. Loro sì, due fuoriclasse capaci di sintonie profonde con chi gli sta intorno. A ognuno la sua versione.

I social scampanano a festa. Chi ama Zaniolo racconterà della sua sensibilità esasperata e ferita, tutti gli altri insulteranno il calciatore ingrato e cinico che si chiama fuori nel momento del bisogno. La verità, come quasi sempre, penzola di qua e di là, tra il chiaro e lo scuro. Così va il mondo. Ognuno racconta le cose con le parole e i luoghi comuni di cui dispone. C’è poi l’economia a complicare tutto. Si parlava di 50, 60 milioni tre anni fa, oggi sarebbe un successone spillarne 35. La Roma vuole evitare un bagno di sangue. L’ipotesi peggiore? Ritrovarsi un giocatore infelice a Trigoria (e sappiamo quanto può essere autodistruttiva la sua infelicità), salvo poi perderlo a giugno per un pugno di mosche.

Quella di Zaniolo con la Roma, comunque vada, resterà una storia di atti mancati e di passaggi a vuoto. Con apici spettacolari che sarà decente non dimenticare. Come il tocco di velluto la notte di Tirana che ha acceso la festa e fatto tremare il Colosseo. Nel frattempo, il fanciullone radioso degli inizi è diventato padre di un bel bambino, ma non è riuscito a diventare padre di se stesso.

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